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Il nuovo ordine dell’AI globale
Tra LLM nazionali, infrastrutture locali e dipendenza dai provider americani, il concetto di sovranità AI sta ridefinendo la geopolitica tecnologica. L’Europa è al bivio tra tre modelli incompatibili.
Nel maggio 2025, il presidente Trump ha visitato il Golfo Persico per annunciare accordi che cambiano la geografia dell’AI globale. Gli Emirati Arabi Uniti costruiranno un campus di data center da 5 gigawatt, il più grande fuori dagli Stati Uniti. L’Arabia Saudita, attraverso HUMAIN (la nuova entità AI del fondo sovrano PIF), ha ottenuto accesso a centinaia di migliaia di chip Nvidia di ultima generazione. Il Qatar ha appena lanciato Qai con un investimento da 20 miliardi di dollari in partnership con Brookfield.
Mentre i paesi del Golfo costruiscono infrastruttura AI con capitali petroliferi, in Europa il dibattito sulla “sovranità AI” procede su binari diversi. Mistral e Aleph Alpha sviluppano modelli, SAP lancia l’EU AI Cloud, Francia e Germania annunciano partnership per “AI e cloud sovrani” nel settore pubblico. Ma la domanda di fondo resta senza risposta chiara: cosa significa davvero sovranità AI, e quale modello l’Europa sta realmente perseguendo?
Quattro definizioni di sovranità
Il termine “sovereign AI” viene usato con significati diversi a seconda di chi parla. L’ambiguità non è casuale: permette a governi, vendor e istituzioni di rivendicare impegni sulla sovranità senza chiarire cosa intendono concretamente.
L’Atlantic Council propone quattro componenti distinte.
La prima è la legalità: i sistemi AI devono rispettare le leggi e i regolamenti applicabili nel territorio dove operano. È la componente più debole, perché non richiede infrastruttura o modelli propri, solo compliance.
La seconda è la competitività economica: lo sviluppo AI deve creare valore per l’economia nazionale, idealmente costruendo un ecosistema industriale locale. Richiede investimenti in startup, formazione, ricerca.
La terza riguarda la sicurezza nazionale: le applicazioni AI in infrastrutture critiche, difesa e funzioni strategiche richiedono protezioni aggiuntive contro interferenze esterne. Implica controllo su dove risiedono dati e modelli sensibili.
La quarta è l’allineamento valoriale: i modelli devono riflettere valori nazionali o regionali, non quelli impliciti nei dati di training (prevalentemente anglofoni e occidentali). È la componente più controversa. Chi decide quali valori, e come si implementano tecnicamente?
Queste quattro dimensioni non sono sempre compatibili. Un paese può raggiungere legalità e competitività usando modelli americani su infrastruttura americana: basta rispettare le regole locali. Ma non raggiungerà sicurezza nazionale né allineamento valoriale, perché i modelli restano black box sviluppate altrove con dati altrui.
Due modelli operativi
Al di là delle definizioni, esistono due approcci pratici alla sovranità AI, ciascuno con trade-off specifici.
LLM nazionali
Il primo approccio consiste nello sviluppare modelli fondazionali propri, addestrati su dati locali, ottimizzati per lingue e contesti specifici. È la strada scelta da Singapore con SEA-LION (modello per le lingue del Sud-Est asiatico), dall’Italia con Minerva e Velvet, dalla Corea del Sud con il programma nazionale che coinvolge SK Telecom, Naver e Samsung.
Il vantaggio è il controllo completo sui dati di training, la possibilità di incorporare conoscenza locale (leggi, dialetti, norme culturali), l’indipendenza dalle decisioni dei provider esteri su censura e alignment.
I limiti sono altrettanto evidenti. Addestrare un modello frontier richiede centinaia di milioni di dollari solo in compute. I modelli risultanti sono tipicamente inferiori ai frontier americani su benchmark generali: SEA-LION v1 perde nettamente contro GPT-4 in performance complessiva, anche se eccelle nell’analisi del sentiment per le lingue del Sud-Est asiatico. E resta la dipendenza da hardware (Nvidia) e spesso da infrastruttura cloud (AWS, Azure) per il training stesso.
Un ricercatore di AI Singapore lo ha ammesso candidamente: il modello Falcon degli Emirati è stato addestrato su infrastruttura Amazon Web Services. SEA-LION dipende da GitHub (Microsoft), Hugging Face (USA) e IBM per la distribuzione. La sovranità del modello non implica sovranità dell’infrastruttura.
Infrastruttura locale con modelli terzi
Il secondo approccio prevede di costruire data center nazionali, GPU cluster, cloud sovrani, ma usare modelli sviluppati altrove (OpenAI, Anthropic, Meta) eseguiti localmente. È la strada degli Emirati con G42: infrastruttura massiccia, partnership con Microsoft e OpenAI, modelli americani che girano su suolo emiratino.
Il vantaggio principale è che i dati non lasciano il territorio nazionale. Le query degli utenti locali non transitano per server esteri. Per settori regolamentati (sanità, finanza, difesa), questo può essere sufficiente a soddisfare requisiti di data residency.
Il limite è che il modello resta una black box. Il provider estero controlla gli aggiornamenti, le policy di safety, cosa il modello può o non può fare. Un report di HSToday lo sintetizza brutalmente: “Se i model weights escono, il tuo giudizio è letteralmente esogeno.” C’è poi il rischio di data poisoning: bastano 250 documenti per compromettere un modello durante il pre-training, secondo ricerche recenti.
Il caso del Golfo: infrastruttura come asset geopolitico
I paesi del Golfo Persico stanno perseguendo una variante del secondo modello, ma con una scala e un’ambizione che merita attenzione separata.
Gli Emirati, attraverso G42 e Khazna Data Centers, stanno costruendo quella che sarà la più grande concentrazione di capacità compute AI fuori dagli Stati Uniti. Il campus di Abu Dhabi avrà capacità fino a 5 gigawatt. Per confronto, l’intera capacità data center europea nei mercati FLAP (Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi) è stimata intorno ai 10 gigawatt totali. G42 ha ottenuto una quota garantita di 500.000 chip Nvidia all’anno, di cui l’80% andrà a servire clienti americani e il 20% resterà per uso locale.
L’Arabia Saudita, attraverso HUMAIN, sta costruendo data center con capacità prevista di 500 megawatt e centinaia di migliaia di chip Nvidia. Il primo deployment include 18.000 chip di ultima generazione per un supercomputer saudita. Google Cloud e il fondo sovrano PIF hanno annunciato una partnership da 10 miliardi di dollari per un hub AI globale.
Il Qatar ha lanciato Qai con 20 miliardi di dollari in partnership con Brookfield, più un investimento separato in Anthropic.
Non sono progetti di sovranità nel senso europeo del termine. Sono progetti di posizionamento: i paesi del Golfo vogliono diventare hub infrastrutturali per l’AI globale, fornendo compute a basso costo (grazie al capitale dei fondi sovrani) a paesi emergenti che non possono permettersi infrastruttura propria. Come nota Foreign Policy, “l’essenza della sovereign AI per il Golfo è fornire backend compute per paesi che vogliono usare AI ma non hanno capacità di training e deployment proprie”.
Il rischio, dal punto di vista statunitense, è la diversione di GPU verso la Cina. Ma i deal recenti includono clausole che legano il compute del Golfo allo “stack americano”: i chip restano sotto controllo di hyperscaler USA, i modelli sono americani, le regole operative sono concordate bilateralmente.
L’Europa: tre strade, nessuna scelta
L’Europa sta perseguendo simultaneamente approcci diversi senza una strategia unificata. Il risultato è frammentazione.
I campioni nazionali
Mistral AI (Francia) è il caso più visibile. Fondata nel 2023 da ex-ricercatori di Google DeepMind e Meta, ha raccolto oltre 2,8 miliardi di euro, incluso un round da 1,7 miliardi nel settembre 2025 guidato da ASML e Nvidia. I suoi modelli open-weight sono competitivi con i frontier americani su alcuni benchmark (Mistral Large 2 è nono globale nell’uso di tool per agent). La strategia è esplicita: modelli aperti che permettono customizzazione locale, allineamento con le regole europee (AI Act), deployment on-premise o edge.
Ma Mistral ha investitori americani (a16z, Lightspeed) e partnership con Microsoft. Quanto è “sovrana” un’azienda che dipende da venture capital americano per crescere?
Aleph Alpha (Germania) ha scelto un posizionamento diverso: meno performance frontier, più explainability e deployment in settori regolamentati. La piattaforma PhariaAI supporta deployment on-premise, air-gapped, ibridi. I clienti includono l’Agenzia Federale per l’Impiego tedesca e BWI (IT della Bundeswehr). Ha raccolto circa 500 milioni di euro, quasi interamente da investitori europei (Bosch Ventures, Schwarz Group, SAP).
Il trade-off è evidente: Aleph Alpha è più “sovrana” nel funding ma meno competitiva nei benchmark. Se il gap con i modelli frontier si allarga troppo, le aziende europee potrebbero essere costrette a scegliere tra compliance e competitività.
Le partnership istituzionali
A novembre 2025, Francia e Germania hanno annunciato una partnership con Mistral e SAP per sviluppare “cloud e AI sovrani” per il settore pubblico. SAP ha lanciato l’EU AI Cloud, integrando modelli di Mistral e Aleph Alpha nel suo Business Technology Platform con garanzie di data residency europea.
Queste iniziative rispondono a esigenze reali. Il settore pubblico europeo ha requisiti di compliance che rendono problematico l’uso di modelli americani su infrastruttura americana. Ma restano progetti verticali, non una strategia industriale.
GAIA-X e l’infrastruttura federata
GAIA-X, lanciato nel 2020 da Francia e Germania, doveva essere “l’Airbus del cloud”, un’infrastruttura federata europea alternativa agli hyperscaler americani. A fine 2025, il bilancio è misto.
Sul lato positivo, il framework esiste. Ci sono oltre 180 data space settoriali in sviluppo. Il Trust Framework 3.0 (“Danube”) è stato rilasciato. Progetti come Catena-X (automotive) dimostrano che la condivisione dati basata su standard europei è tecnicamente fattibile.
Sul lato negativo, GAIA-X non è un cloud provider. Non compete con AWS, Azure o Google Cloud. Il mercato cloud europeo resta dominato al 70% da hyperscaler americani. Alcuni membri fondatori europei hanno lasciato il progetto. Il co-fondatore di NextCloud ha accusato GAIA-X di essere stato “diluito” e “sabotato dall’interno” dagli hyperscaler stessi, che sono membri dell’associazione.
Un’analisi di STL Partners è brutale: “GAIA-X resta più un simbolo politico che un disruptor di mercato. Realisticamente, colmare il gap richiederebbe investimenti coordinati EU nell’ordine di 500-700 miliardi di euro, una scala non attualmente all’orizzonte.”
L’intersezione con l’AI Act
L’EU AI Act, entrato progressivamente in vigore dal febbraio 2025, crea obblighi che si intersecano con la sovranità AI in modi specifici.
Sul fronte data residency e training data, l’AI Act non impone esplicitamente che i dati restino in Europa, ma le regole sulla trasparenza dei dati di training (Template for public summary, rilasciato a luglio 2025) richiedono disclosure dettagliata delle fonti. Per sistemi ad alto rischio, le valutazioni d’impatto sui diritti fondamentali possono richiedere accesso ai dataset, cosa difficile se sono su server americani soggetti a leggi americane.
Per quanto riguarda GPAI e rischio sistemico, i provider di General-Purpose AI con rischio sistemico (definito come modelli addestrati con compute superiore a 10^25 FLOP) devono rispettare obblighi aggiuntivi di sicurezza, testing e incident reporting. I principali modelli frontier (GPT-4, Claude, Gemini) rientrano in questa categoria. Il Code of Practice rilasciato a luglio 2025 e firmato da Mistral, Aleph Alpha, OpenAI, IBM e altri offre un framework volontario di compliance.
C’è poi la questione audit e accesso: l’AI Act prevede che le autorità nazionali possano richiedere accesso a modelli per verifiche. Per modelli sviluppati e hostati fuori dall’UE, questo crea tensioni giurisdizionali irrisolte.
Il Digital Omnibus, proposto dalla Commissione a novembre 2025, potrebbe cambiare significativamente il quadro. Alcune parti dell’AI Act e del GDPR potrebbero essere ammorbidite per ridurre il carico di compliance sulle PMI. I critici sostengono che questo indebolisce la posizione europea proprio mentre la sovranità AI diventa critica. Come nota un analista: “Se l’Europa ha la migliore regolamentazione ma nessuna azienda europea, non ha vinto molto.”
Il rischio della bolla infrastrutturale
James Landay, co-direttore di Stanford HAI, nelle sue previsioni per il 2026 ha inserito una nota di cautela sugli investimenti in data center AI: “A un certo punto, non puoi impegnare tutti i soldi del mondo su una cosa sola. Sembra una bolla molto speculativa.”
I numeri sono impressionanti. I quattro hyperscaler americani (Amazon, Microsoft, Google, Meta) spenderanno circa 325 miliardi di dollari in capex infrastrutturale nel solo 2025, più dell’intero PIL di paesi come Finlandia o Cile. Il Golfo sta aggiungendo altri 100+ miliardi. La capacità data center globale sta crescendo del 20% annuo.
Ma la domanda effettiva di compute AI è ancora concentrata in pochi use case: training di modelli frontier (dominato da 5-6 lab), inferenza per chatbot consumer (dominata da OpenAI e pochi altri), e applicazioni enterprise ancora in fase sperimentale (il 42% dei progetti viene abbandonato, come documentato altrove).
Se la domanda non cresce alla velocità dell’offerta, chi ha investito miliardi in GPU cluster potrebbe trovarsi con capacità inutilizzata. I paesi che hanno scommesso sulla sovranità infrastrutturale (UAE, Arabia Saudita, ma anche le iniziative europee) potrebbero scoprire di aver costruito cattedrali nel deserto.
Implicazioni per le decisioni aziendali
Per CTO, legal e compliance officer in Europa, la frammentazione della strategia di sovranità crea incertezza operativa. Alcune considerazioni pratiche.
Il punto di partenza è mappare le dipendenze esistenti: quali modelli AI usa l’organizzazione? Dove sono hostati? Quali dati vengono inviati a provider terzi? Questa mappatura è prerequisito per qualsiasi strategia di sovranità.
Serve poi distinguere requisiti reali da requisiti percepiti. Non tutti i workload richiedono sovranità piena. Per applicazioni non critiche senza dati personali sensibili, la compliance con AI Act e GDPR può essere sufficiente anche usando provider americani. Per settori regolamentati (sanità, finanza, difesa, pubblica amministrazione), i requisiti sono più stringenti.
C’è da considerare il vendor lock-in. Le soluzioni “sovrane” europee (Mistral via SAP, Aleph Alpha per enterprise) offrono oggi performance inferiori ai frontier americani. Adottarle crea dipendenza da un ecosistema più piccolo. Se il gap si allarga, migrare sarà costoso.
L’evoluzione normativa va monitorata con attenzione. Il Digital Omnibus potrebbe cambiare significativamente gli obblighi AI Act. Le guidelines della Commissione vengono aggiornate regolarmente. La compliance di oggi potrebbe non bastare domani, oppure potrebbe risultare eccessiva se le regole vengono ammorbidite.
Vale la pena infine considerare modelli ibridi: alcuni workload su infrastruttura sovrana (dati sensibili, applicazioni critiche), altri su hyperscaler (scale, performance, costo). Questa architettura è più complessa da gestire ma può bilanciare i rischi.
Una scelta inevitabile
L’Europa non può perseguire simultaneamente tre strategie incompatibili: campioni nazionali che competono tra loro, infrastruttura federata che non scala, e dipendenza de facto dagli hyperscaler americani.
A un certo punto sarà necessario scegliere. Il modello del Golfo (infrastruttura massiccia, capitale sovrano, partnership con provider americani) richiede risorse che l’Europa potrebbe mobilitare ma non sta mobilitando. Il modello dei campioni nazionali (Mistral, Aleph Alpha, DeepL) produce eccellenza puntuale ma non massa critica. Il modello GAIA-X (standard e interoperabilità) è necessario ma non sufficiente.
Per i decisori europei, pubblici e privati, la domanda non è se la sovranità AI sia importante. Lo è. La domanda è quale livello di sovranità è realisticamente raggiungibile, a quale costo, e con quali compromessi. Finché questa domanda resta senza risposta chiara, le aziende europee navigheranno in un ambiente di incertezza strutturale, costrette a scommettere su strategie che potrebbero rivelarsi obsolete prima di essere implementate.
Fonti
- Atlantic Council, “Sovereign Remedies: Between AI Autonomy and Control”, aprile 2025
- RAND Corporation, “At the Paris AI Summit, Europe Charts Its Course”, febbraio 2025
- Carnegie Endowment, “The EU’s AI Power Play: Between Deregulation and Innovation”, maggio 2025
- Lawfare, “Sovereign AI in a Hybrid World: National Strategies and Policy Responses”, novembre 2024
- NVIDIA Blog, “What is Sovereign AI?”, luglio 2025
- Foreign Policy, “U.S.-China AI Competition Needs Data Centers in UAE, Saudi Arabia”, luglio 2025
- Fortune, “Saudi Arabia wants to build its post-oil future with massive AI data centers”, maggio 2025
- Semafor, “Qatar launches $20B AI push”, dicembre 2025
- Tech.eu, “Europe’s AI ecosystem: Rapid growth and rising global ambitions”, novembre 2025
- DirectIndustry, “Why Europe Needs a Sovereign AI”, novembre 2025
- STL Partners, “Sovereign AI: What it is, country playbooks & data centre strategy”, settembre 2025
- IAPP, “Global AI Governance Law and Policy: EU”, 2025
- European Commission, “AI Act implementation updates”, 2025
- Polytechnique Insights, “Gaia-X: the bid for a sovereign European cloud”, giugno 2025